mercoledì 30 dicembre 2009

Capitano Cipe, uomo d'altri tempi.

Siamo di fronte ad un giocatore d'altri tempi, altruista, capace di sacrificarsi per la squadra, uomo simbolo e bandiera della sua squadra. Gladiatore mai domo che ha fatto grandi cose sia sul campo che fuori. Definito non a caso capitano dei capitani nerazzurri, primo calciatore nella storia a diventare presidente di una squadra, la sua! Uomo amato da tutti, stimato, un professionista. Credo che nessuno possa obiettare alcuna parola usata per descrivere il Giacinto nerazzurro. Considero con questo capitolo aprirsi l'era del calcio nativo. Di lui ricordiamo le immagini di un ragazzo diventato uomo correndo dietro a un pallone, e rimane una grande lezione di vita, perché era un uomo pacato capace di grandi slanci, corretto fino all’inverosimile, per cui nemico acerrimo di tutte le slealtà, fortissimo, integro, figlio della provincia ma abituato a sedersi a qualsiasi tavola.
Era un uomo da re e da operai. Era un amico leggendario. Era un eroe da romanzo, Arpino lo sapeva bene. Un romanzo di vita, di classe, di essenzialità.
La prima cosa che faceva dopo le partite, era chiamare casa, i suoi figli, e Massimo Moratti. Troppe volte, quando qualcuno scompare, di lui si cercano le solo le cose buone.
Emblema di un calcio che fu, di una partita che inziava nelle case delle persone, nei bar, nelle piazze, quando si sosteneva la propria squadra senza tafferugli e atti di inciviltà come ora se ne vedono tanti. Il capitano giocava in un calcio dove gli stessi atleti erano i primi a trasmettere messaggi positivi ai propri tifosi, allo stadio bastava un cenno del proprio beneamato per calmare gli animi più caldi.
Malgrado ciò una brutta malattia che nacque in quegli anni fu l'irriverenza della stampa, più il calcio diventava popolare e più i giornali e le notizie si concentravano su tale argomento, ora sminuendo i fatti, ora ingigantendo l'accaduto. Ma di cosa ci soprendiamo, oggigiorno è notizia di qualsiasi giornale sportivo prima paragonare a prode eroe il buon giocatore, per poi condannarlo al primo sbaglio al più eretico dei peccatori.
Successe anche al caro Facchetti, queste furono le sue parole in un caso analogo:
"Mi volevano condannare all'ergastolo quando ci sconfisse la Corea ai Mondiali d'Inghilterra, e quattro anni dopo, quando vincemmo sulla Germania per 4 a 3 in Messico, raggiungendo la finale con i brasiliani, la polizia dovette fare un'operazione di sicurezza per evitare che i tifosi prendessero mia moglie e ci portassero in trionfo. Comunque, fra i tanti difetti, il calcio é una delle poche cose che all'estero fanno parlar bene degli italiani".
In una società dove ci riteniamo tutti allenatori, dove tutti siamo giornalisti, e Dio solo sa cosa succederebbe se il campionato diventasse alla mercè di tutti, dovremmo ricordarci di uomini come Facchetti, nella sua integrità, con la sua semplicità e i suoi valori. Dovremmo pensare che uomini come lui hanno fatto grande l'Italia del calcio. Il calcio italiano era considerato il campionato più bello del mondo per merito di persone di questo tipo, mentre ora purtroppo finiamo sulle pagine dei giornali sportivi internazioni per ben altri motivi.



Giacinto Facchetti nasce a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 18 luglio 1942.
Inizia a giocare a calcio nella squadra del suo paese, ma è portato per lo sport in generale, infatti ottiene buoni risultati anche nei campionati giovanili di atletica leggera. Già a sedici anni è un promesso campione del pallone, conteso dall’Atalanta, la società di Bergamo, e dall’Inter che, alla fine, si aggiudica il ragazzo dal fisico poderoso e che, in maglia nerazzurra, diventerà una leggenda. Facchetti esordisce nel massimo campionato italiano di calcio il 21 maggio 1961 allo stadio “Olimpico” di Roma: l’Inter vince 2-0.
La domenica dopo, a Milano contro il Napoli, Facchetti segna il primo dei 59 gol realizzati con la maglia nerazzurra. E’ Helenio Herrera, l’allenatore dell’Inter più forte di sempre, dell’Inter che ha saputo vincere scudetti, Coppe Campioni e Coppe Intercontinentali, che esalta al massimo le qualità di Facchetti: terzino sinistro, sa difendere e attaccare, è talmente bravo in fase offensiva che, alcune volte, viene schierato persino nel ruolo di attaccante.
Facchetti, da calciatore, nell’Inter vince 4 campionati italiani, 2 coppe dei Campioni, 2 coppe Intercontinentali, 1 Coppa Italia. In totale, con la maglia nerazzurra, disputa 476 partite di campionato. Straordinaria anche la sua carriera nella Nazionale italiana: 94 partite, per 70 volte capitano della squadra azzurra, campione d’Europa nel 1968 e vice-campione del Mondo nel 1970 in Messico.
Conclusa la carriera da calciatore, Facchetti intraprende quella da dirigente. Sempre e comunque al fianco dell’Inter, società per la quale ricopre diverse cariche: da vice-presidente a “ambasciatore” nel mondo, da membro del Consiglio d’Amministrazione a direttore tecnico. Il 30 gennaio 2004 Massimo Moratti gli lascia la massima carica: Facchetti è il primo calciatore della storia nerazzurra a essere nominato Presidente. Sotto la sua gestione l’Inter vince uno scudetto, due edizioni della Coppa Italia e due della Supercoppa Italiana.
Da sempre considerato un calciatore simbolo del calcio mondiale, ricopre diverse cariche istituzionali anche in Fifa e Uefa insieme con i grandi campioni che hanno scritto la storia dello sport.

sabato 26 dicembre 2009

Introduzione

C'era una volta il giuoco del calcio, questo termine ormai dimenticato da molti e sconosciuto ai più giovani. La domenica pomeriggio si accendeva la radio e si ascoltava la storica trasmissione "tutto il calcio minuto per minuto", si attendevano con ansia le interruzioni del radiocronista esultante per la rete della sua squadra, le protagoniste del campionato erano ancora le "7 sorelle", si aspettavano le 18.15 per vedere i gol a "novantesimo minuto" in attesa della partita clou che era il posticipo serale.
Era l'epoca della nascita del calcio, non tanto come gioco ma come affermazione, i grandi campioni sapevano dare ancora emozioni vere, sapevano anche trasmettere valori come il fair play, l'attaccamento alla maglia, la riconoscenza ai propri tifosi. Si giocava per vincere lo scudetto e fare grande la propria città, per ambire poi al tetto dell'Europa. Era l'epoca dei grandi campioni, umili ma fortissimi, voglio spezzare prima di tutto una lancia in favore dei nostri connazionali, da Facchetti, Riva, Paolo Rossi, Dino Zoff, Bettega, Boninsegna, Oriali, e molti altri, vere e proprie bandiere per la loro squadra, persone che giocavano con il massimo impegno ogni partita, erano calciatori che cadevano solo se il fallo era stato subito realmente, se segnavano c'era comunque il rispetto per l'avversario nell'esultanza.
Erano gli anni in cui un solo calciatore faceva muovere le città, come quando Roberto Baggio venne ceduto dalla Fiorentina alla Juventus, i tifosi per poco non dettero vita a una guerriglia urbana per evitare la cessione del loro idolo. In quegli anni nacquero tante icone del calcio, uomini simbolo di un calcio che fu.
Oggi il mondo del calcio è invaso dalla pubblicità, denaro, scandali, partite falsate, irriverenza che si nascondo dietro a buoni ideali che dovrebbero essere la base di questo giuoco.
Se il calcio ci appassiona ancora lo dobbiamo molto a ciò che è stato, al sogno di molti di vedere nuovi campioni diventare come i nostri idoli del passato.
Si potrebbe dividere il calcio in tre fasi, il calcio nativo (fino agli anni 60), il calcio moderno (fino al 2006) e ora siamo ormai nel calcio post moderno, reduci dalla precedente era di cui aleggia solo il ricordo, anche se a onor del vero, qualche campione della vecchia guardia c'è ancora.
Se una volta avevo la certezza che il campionato di serie A iniziasse con regolarità ogni settembre, ora mi chiedo quanti scudetti potrà ancora assegnare la lega calcio e quale sarà il prossimo scandalo che colpirà il mondo del giuoco più bello del mondo!